
La storia della viticoltura brianzola degli ultimi due secoli è simile
a un’occasione ghiotta
eppure non colta. E’ vero che Alessandro Manzoni e Carlo Porta erano ferventi estimatori
dei vini di Brianza, ma la qualità non raggiungeva in quegli anni livelli eccelsi.
Non difettava, per contro, la quantità: intorno alla metà dell’Ottocento la produzione arrivò
a 48 mila ettolitri, ricavati da vitigni oggi caduti nell’oblio: boutascera, inzaga, corbera,
guernazza...
La vigna dimorava sui terrazzi che ospitavano contemporaneamente frumento,
ortaggi e piante officinali; suo sostegno naturale, nella cosiddetta “vite maritata”, era il gelso,
diffusissimo nelle campagne brianzole perché alimento base del baco da seta. I testi enologici
del tempo tributavano lodi sperticate al bianco di Montevecchia, che definivano
secco, di gradevole bouquet, più alcolico del rosso e “simile allo Chablis”.
A partire dal 1880,
la filossera decimò quasi completamente i vigneti di Perego
e Montevecchia
e, nonostante i lodevoli intenti di alcuni agronomi, che alla fine dell’Ottocento donavano ai
contadini barbatelle selezionate, la viticoltura fu quasi completamente abbandonata.
Quasi un secolo dopo, Mario Soldati
con il suo “Vino al vino” offriva un ritratto edificante
del vero“vino di Milano”, preferDove Siamoendolo al San Colombano. Nei suoi indimenticati appunti
di viaggio narrò con poesia del profumato bianco del territorio, ricavato da uve Trebbiano
e “burgugnin”, Pinot Bianco, e si soffermò con parole appassionate sul rosato di Montevecchia,
blend diSchiava, Pinot Nero e Sangiovese.
Sulle potenzialità della Brianza del vino era
altrettanto generoso: “Viticolarmente, la posizione geografica di tutta la Brianza è quanto
di meglio
si possa desiderare. ... il vino più delicato e più squisito deriva sempre da uve mature
al limite estremo delle condizioni climatiche e geoponiche necessarie
alla vite”.
Le intuizioni di Soldati iniziano a dare frutto: da alcuni anni la viticoltura
dei colli brianzoli
sta conoscendo una stagione favorevole, grazie a un gruppo
di ostinati vignaioli che coltivano
cinquanta ettari di vigna, producendo circa tremila quintali d’uva. Un impegno notevole,
condizionato dalla morfologia del terreno, che limita l’impiego di mezzi meccanici aumentando
esponenzialmente costi e tempi di lavoro. I primi risultati sembrano appagare le aspettative
più rosee: quel suolo, che tanto toglie al vignaiolo durante le lavorazioni, altrettanto sa
restituire alle sue uve.













